Il carro del Principe di Eretum finalmente in mostra in Sabina

Il carro del Principe di Eretum finalmente in mostra in Sabina

Il carro del Principe di Eretum torna finalmente a casa

La storia del carro di Eretum ha un lieto fine. Trafugato da tombaroli senza scrupoli alla fine degli anni Settanta dalla Tomba XI della Necropoli di Eretum, antica città sabina identificabile nel territorio dell’attuale Montelibretti, torna finalmente nella sua terra natia, in Sabina.

Il primo appuntamento sabino è fissato a Rieti per il periodo tra l’8 maggio e il 10 ottobre 2021, a Palazzo Dosi-Delfini.

Il suo primo viaggio, da Eretum a Copenaghen

Andiamo per ordine, la storia di questo prezioso cimelio risale al VII secolo a.C., e doveva verosimilmente accompagnare nella morte un principe, un nobile, così come era in uso nella necropoli, dove gli oggetti cari al defunto rimanevano lì, di fianco a lui, fino nella sua vita ultraterrena: e cosa c’era, d’altronde, meglio di un carro, per un viaggio?

Ma dei ladri, chiamati tombaroli per la loro attitudine a rubare dalle antiche tombe – la definizione “tombaroli” certo ha un che di spregiativo, meritatissimo! – si impossessarono di questo come di molti altri reperti, arrivati poi ad essere acquistati, con fortunose vicende, niente meno che dal prestigioso Ny Calsberg Glyptotek di Copenaghen, che lo ha esposto per mezzo secolo nelle sue sale.

Un accordo storico

Le trattative per riportarlo a casa non sono state certo brevi, ma sono state coronate da quelle che il Ministro della Cultura Dario Franceschini ha definito “accordo storico”: nelle sue dichiarazioni rilasciate alla stampa, il Ministro ha infatti confermato che questa restituzione non sarà la sola, ma sarà estesa ad altri reperti usciti illegalmente dai confini dell’Italia, la quale dal canto suo destinerà Copenaghen di una serie di prestiti davvero prestigiosi e di lunga durata. Un accordo in cui tutti sono vincitori.

Decisivi nelle trattative e nell’organizzazione del rientro, ma anche nelle iniziative di suggerimento e promozione delle attività propedeutiche a questo successo, oltre al Ministero dei Beni Culturali, devono essere ricordati anche la Fondazione Varrone, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, il Comune di Fara in Sabina, il Museo Nazionale Romano, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area Metropolitana di Roma e per la Provincia di Rieti.

La destinazione finale: un dibattito prima della decisione ultima

Dove finirà il viaggio del carro? Finirà a Fara in Sabina, presso il Muaf, il suo museo archeologico. Ma questa decisione non era certo scontata, e va anzi inquadrata in un dibattito pubblico animato precedente. C’era chi richiedeva, prima dell’ultima tappa, da fissare in Sabina, una mostra temporanea a Roma, che avrebbe garantito una visibilità, anche mediatica, di maggior portata.

Non solo: Monterotondo e Montelibretti hanno avanzato la loro candidatura presso il Ministero, con la rivendicazione, in particolare di Montelibretti, che il rinvenimento, in fondo, era avvenuto proprio nel suo territorio.

Una tappa intermedia ma prestigiosa: Roma

I fautori di una tappa romana sono stati accontentati, nel febbraio del 2017: il Carro è stato ospite d’onore della mostra Testimoni di civiltà. L’art. 9 della Costituzione. La tutela del patrimonio culturale della Nazione, tenutasi presso la Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio e volta a mostrare al pubblico i risultati degli sforzi profusi, in tutto il mondo, dal nucleo dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Volti alla valorizzazione dell’articolo 9 della Costituzione, uno dei suoi principi fondamentali del nostro ordinamento: il patrimonio storico e artistico della nazione deve essere tutelato da tutti i cittadini.

Un’altra tappa: Rieti

Il primo approdo sabino in questo viaggio di ritorno è Rieti, e precisamente il Palazzo Dosi-Delfini, in piazza Vittorio Emanuele II. Non è certo un caso che la mostra si chiami proprio Strada facendo, ricordando in questo titolo itinerante il faticoso percorso che ha riportato qui il carro.

Dopo l’inaugurazione prevista per il 7 maggio, l’indomani la mostra aprirà al pubblico, rimanendo visitabile fino al 10 ottobre, arricchita di una serie di ulteriori reperti provenienti dal Museo di Fara in Sabina, in tre sale di esposizione, con l’accompagnamento di una colonna sonora originale. La mostra, con un allestimento di Daniele Carfagna, e curata da Alessandro Betori, Francesca Licordari e Paola Refice, sarà fruibile su prenotazione su apposita piattaforma, ma gratuita, con lo scopo di far godere proprio tutti di questo pezzo della storia sabina.

Chiedici come prenotare i biglietti per la mostra a Rieti!

Di nuovo a Roma

Non abbiamo ancora una data precisa da fornirvi rispetto al passaggio, presso il Museo Nazionale Romano, dei reperti sabini. Ma ci sarà, vista la collaborazione del museo alla riuscita del progetto Strada facendo. Quella di Roma è una cornice ideale, non soltanto per il prestigio da capitale mondiale della cultura, ma anche perché, in particolare in questo museo, dislocato tra quattro sedi – Palazzo Altemps, Terme di Diocleziano, Crypta Balbi, Palazzo Massimo – si legge la storia di tutta Italia, attraverso reperti che arrivano da ogni parte della penisola. E la Sabina è quindi parte di questa lettura. Inaugurato nel 1889, il Museo Nazionale Romano si proponeva proprio questo fine, a pochi anni dalla proclamazione di Roma quale Capitale d’Italia, e oggi lo persegue, anche con interventi di restauro, studio e proficua cooperazione con la rete delle Soprintendenze e del Ministero dei Beni Culturali.

Quando e dove arriva, infine   

Come anticipato, forse non era scontata la destinazione finale del progetto “Strada facendo” presso il Museo Archeologico di Fara in Sabina (Muaf). Che, tra l’altro, nell’attesa del suo gioiello più prezioso, si è rifatto il look, con un restauro, finanziato dalla Regione Lazio, che è andato a intervenire sui suoi locali ospitati nel Palazzo Brancaleoni.

Ma è abbastanza naturale: infatti, si tratta del Museo più importante al mondo riguardo la popolazione dei Sabini, che ospita i reperti provenienti da Cures e da Eretum, che hanno permesso di far “vivere” la città dei morti, la necropoli di Eretum, nota come Colle del Forno, nel confronto con una città dei vivi, quella di Cures, e di avviare studi approfonditi su quella popolazione che fino agli anni Settanta dello scorso secolo era più avvolta dal mistero che non storiograficamente esaminata.

Il Museo ha il merito di mostrare davvero Eretum, che non era solo una necropoli, ma anche una potente cittadina costruita sul Tevere e che aveva raggiunto l’apice della sua potenza tra l’VIII e il VI secolo a.C. Queste consapevolezze ci derivano dalla ricchezza dei corredi delle tombe rinvenute, che parlano di una città ricca e potente, di commerci con gli Etruschi e gli altri popoli del Mediterraneo, di una metallurgia che sapeva produrre, a fianco delle armi in ferro, anche oggetti ornamentali come fibule e gioielli.

Ma chi era il Principe di Eretum?

Il carro è costituito da lamine in bronzo, e non dorate come sembrò all’inizio, per poi verificare che si trattasse di una falsa convinzione che fu data al momento della vendita. Le lamine sono lavorate a sbalzo e realizzate da artisti etruschi di Caeri (l’antica Cerveteri): e quindi immagini di uccelli, animali fantastici si rincorrevano sulle lamine, ma anche fiere esotiche come leoni e leonesse.

Ma chi era davvero questo principe di Eretum? Lo chiamiamo principe perché, dalla ricchezza e dalla preziosità del suo corredo funerario, doveva di certo essere un personaggio illustre, un condottiero, qualcuno per cui era necessario che lo status sociale dovesse conservarsi fin dopo la morte.

Purtroppo, non sappiamo molto di più, e certo ci aiuterebbe, nel comprendere questa e molte altre figure coeve, ritrovare quei reperti che ancora, a casa, non sono tornati.

Tutte le informazioni sull’evento Strada facendo. Il lungo viaggio del carro di Eretum a questo link 


Grazie a Francesca Licordari, funzionario archeologo della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti e curatrice della mostra di Rieti, per le preziose informazioni che ci hanno permesso di rendere questo articolo più accurato.


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